mercoledì 31 ottobre 2012

                                                 IL POTERE DELLA PAROLA

Per Gorgia la parola ha il potere grandissimo di rovesciare anche le tesi più radicate e influire sui sentimenti e sul comportamento. Anche per Gorgia, come per Protagora, alla base della conoscenza c'è l'esperienza sensibile. Egli afferma che il piano dell'essere è intangibile:
  1. nulla è;
  2. se anche l'essere fosse, non sarebbe conoscibile;
  3. se pure fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile.
E suo l' "Encomio di Elena", uno dei testi classici della prima Sofistica, che assomma in sé ed esemplifica il potere della parola, l'attacco alla cultura tradizionale e il gusto quasi irridente di capovolgere i luoghi comuni e le certezze. Nell'opera Gorgia vuole liberare questa mitica figura di donna dall'accusa di essere responsabile della guerra di Troia, giustificandone il comportamento e dimostrando, invece, che mentitori sono i suoi accusatori. Quattro possibili ragioni - secondo Gorgia - possono giustificare il comportamento di Elena e farla ritenere non responsabile dei suoi atti :
  • la volontà del Caso e la decisione degli dèi;
  • il rapimento;
  • la persuasione con "incantesimi di parole";
  • l'amore, la sua "potenza divina".
È invece dovere dell'uomo sia dire direttamente ciò che è giusto, sia
confutare il contrario. E dunque è giusto opporsi ai calunniatori di
Elena, donna sulla quale si è imposta l'unanime testimonianza dei poeti,
accanto alla fama del nome, divenuto simbolo di un'esistenza tormentata.
Pertanto io voglio, svolgendo il discorso secondo un certo metodo logico, 
liberare dall'accusa lei, così diffamata, e, dimostrando
che i suoi accusatori dicono il falso, ristabilire la verità. (...)
Infatti, agì in quel modo o per cieca volontà del Caso, e meditata 
decisione degli Dèi, e disposizione della Necessità; oppure rapita per
forza; o indotta con parole; o presa da amore.
Se è valido il primo motivo, è giusto attribuire la responsabilità a chi
l'ha avuta, poiché non si possono impedire i disegni divini con la previdenza
umana. È, infatti, naturale non che il più forte sia ostacolato dal più debole,
ma che il più debole sia comandato e condotto dal più forte; e il più forte 
guidi, il più debole segua.  E la Divinità supera l'uomo in forza, in saggezza e
nel resto. Se dunque la colpa va attribuita al Caso e alla Divinità, Elena va 
liberata dall'infamia.
E se fu rapita a forza, violentata e offesa contro ogni legge e giustizia, 
è chiaro che la colpa è dell'autore della violenza e che la rapita, proprio 
perché vittima, subì una sventura (...).
Se poi fu la parola a persuaderla e a illuderle l'animo, neppur questo
è difficile a scusarsi e a giustificarsi: la parola è un gran dominatore,
che, con corpo piccolissimo e invisibile, sa compiere cose straordinarie;
riesce infatti a calmar la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia
e ad aumentar la pietà. E ora spiegherò come ciò avviene. È giusto, infatti, 
sottoporre la questione al giudizio degli ascoltatori: io ritengo la poesia
nelle sue varie forme un discorso con una tale musicalità, che chi l'ascolta è
invaso da un brivido di spavento, da una compassione che strappa le lacrime ,
da uno struggente desiderio di dolore,  e l'anima subisce, per effetto delle parole, 
una particolare emozione, ad ascoltare il racconto di situazioni felici o avverse,
relative ad eventi o a persone estranee. Ma via, torniamo al discorso 
precedente. Dunque, gli ispirati incantesimi di parole offrono gioia, liberano 
dalla pena. La potenza dell'incanto, infatti, aggiungendosi alla disposizine
dell'anima, la lusinga e  la trascina col suo fascino (...).
Ora spiegherò la quarta causa col quarto ragionamento. Se fu l'amore
l'elemento determinante, non sarà difficile a lei sfuggire all'accusa
dell'errore attribuitole (...). Se, dunque, lo sguardo di Elena, attratto
dall'aspetto di Alessandro, ispirò all'anima passione d'amore, quale meraviglia?
Se, infatti, l'Amore, in quanto dio, ha la divina potenza degli dei,  come potrebbe 
un essere inferiore respingerlo o resistergli? (...)
Come, dunque, si può ritenere giusto il disonore gettato su Elena, la quale,
sia che abbia agito come ha agito perché innamorata, sia perché lusingata 
da parole, sia perché rapita con violenza, sia perché costretta da imposizione divina,
in ogni caso è esente da colpa?
                                                                                                      da Gorgia, Encomio di Elena, 2-21 (DK 82 B11)

                    PROGRESSO UMANO E INSEGNABILITÀ DELLA VIRTÙ

Di Protagora è la sentenza secondo cui " l'uomo è la misura di tutte le cose ",  di quelle che sono in quanto sono e di quelle che nono sono in quanto non sono. Le cose vengono conosciute in relazione ai modi con cui il soggetto le percepisce. Una verità oggettiva, valida per tutti non c'è, ma non ogni opinione equivale all'altra : è vero quello che ogni città considera essere tale, cioè utile a sé. L'areté è per tutti i cittadini liberi.  È di Platone il dialogo Protagora, dove il sofista Protagora espone un mito dall'evidente significato e valore politico, secondo il quale sarebbe stato proprio Zeus a donare a tutti gli uomini l'areté politica. 
Nel mito di Protagoria viene spiegato :
  • perché agli uomini non bastasse l'abilità tecnico-produttiva, ma occorresse anche la sapienza politica;
  • in che cosa consistesse - effettivamente - il "dono" de Zeus riguardo a tale sapienza;
  • perché la tecnica politica dovesse essere distribuita a tutti gli uomini, a differenza delle altre tecbiche specialistiche;
  • perché è giusta la tesi dell'insegnabilità della virtù.
Preso dalla difficoltà di trovare una via di salvezza per l'uomo,
Prometeo rubò l'abilità tecnica di Efesto e Atena insieme col fuoco
e ne fece dono all'uomo. Con essa l'uomo ottenne la sapienza per
 la vita, ma non la sapienza politica. Questa si trovava presso Zeus.
(...) Divenuto partecipe di una condizione divina, l'uomo fu, in
primo luogo, a causa della sua parentela con la divinità, il solo
tra gli animali a credere negli dèi e ad innalzare ad essi altari e 
statue; in secondo luogo, egli articolò ben presto con tecnica
suoni e parole, e inventò abitazioni, vesti, calzature, coperte e 
gli alimenti che nascono dalla terra. Pur essendo così forniti,
 in principio gli uomini vivevano dispersi e non esistevano città; 
morivano, quind,i uccisi  dalle fiere dato che erano in tutto 
più deboli di esse. La tecnica artigianale bastava per aiutarli a 
procurarsi il cibo, ma era insufficiente nella lotta contro le fiere, 
perché essi non possedevano ancora la tecnica politica, di cui è
parte la tecnica di guerra. Cercavano, allora, di riunirsi e di salvarsi 
fondando città; ma quando si erano riuniti, commettevano ingiustizie
reciproche  in quanto non possedevano la tecnica politica, sicché 
nuovamente si disperdevano e perivano. Zeus, temendo l'estinzione 
totale della nostra specie, inviò Ermes a portare agli uomini il rispetto
e la giustizia, affinché costituissero l'ordine della città e vi fossero
vincoli di solidarietà e di amicizia. Ermes chiese a Zeus in che modo
dovesse dare la giustizia e il rispetto agli uomini: " Devo distribuirli
come le altre tecniche? Queste sono distribuite in modo che un solo
medico, per esempio, basta per molti profani; allo stesso modo gli altri
 artigiani. La giustizia e il rispetto devo stabilirli in questo modo tra gli
uomini o devo distribuirli a tutti?" - "A tutti, rispose Zeus, e tutti ne
 partecipino: non esisterebbero città, se, come avviene per le altre 
tecniche, soltanto pochi ne partecipassero. E stabilisci in mio nome 
una legge per la quale chi non può partecipare del rispetto e della
giustizia sia ucciso come peste della città". Per questo, Socrate, 
gli Ateniesi,  come gli altri uomini, quando si discute sulla capacità 
di costruire o su qualche altra tecnica artigianale, credono che sia
compito di pochi dare consigli, e se qualcuno, estraneo a questi, 
si mette a darne, non lo tollerano, come tu dici, e a ragione, 
dico io. Quando, invece, si riuniscono a consiglio sulla virtù politica, 
che deve procedere interamente secondo giustizia e saggezza, è
naturale che ammettano a parlare chiunque, poiché è proprio
 di ognuno partecipare di questa virtù; altrimenti non esisterebbero
 città. (...)
 Ho appena mostrato che gli ateniesi giustamente ammettono
chiunque a dar consigli sulla virtù politica, in quanto ritengono
che ognuno ne partecipi. Ma che essa non sia considerata effetto
né della natura né del caso, bensì debba essere insegnata e 
acquisita con l'esercizio, proverò a dimostrarlo con ciò che segue. 
Per i mali reciproci che gli uomini ritengono di avere dalla natura o
 dal caso, nessuno si irrita, ammonisce, insegna e punisce coloro
che li hanno, affinché cambino, ma solo compassione: chi è così
stupido da fare tentativi del genere nei confronti, per esempio, 
di chi è brutto o piccolo o debole? Sanno bene, credo, che quelle doti
e le loro contrarie provengano agli uomini dalla natura e dal caso;
le buone doti, invece, che ritengono provenire agli uomini dall'esercizio,
dall'applicazione e dall'istruzione, se qualcuno ne è sprovvisto ed ha
invece i difetti contrari, suscitano ire, punizioni e ammonimenti contro 
di lui. Uno di questi è l'ingiustizia e l'empietà e insomma tutto ciò che
è contrario alla virtù politica: in questo caso, ognuno si irrita e ammonisce,
evidentemente perché pensa che essa sia acquisibile con l'esercizio e 
l'apprendimento. Se tu consideri, Socrate, che cosa significa la punizione
di quelli che commettono ingiustizia, capirai che gli uomini credono
che la virtù sia acquisibile. Nessuno, infatti, punisce il colpevole considerando
l'ingiustizia che ha commesso e  a causa di questa perché non potrebbe
ristabilire come non avvenuto ciò che è stato fatto, ma in vista del futuro,
affinché né il colpevole né chi lo vede punire commettano più 
ingiustizia chi pensa così, pensa che la virtù sia frutto di educazione:
punisce solo per prevenire. Di questa opinione sono tutti quelli che puniscono privatamente e pubblicamente. Tutti, non esclusi certo gli 
ateniesi, tuoi concittadini, castigano e puniscono quelli
che ritengno colpevoli; sicché in basa a questo ragionamento, 
anche gli ateniesi fanno parte di quelli che considerano
la virtù acquisibile e insegnabile. Mi pare, Socrate, di averti dimostrato
a sufficienza e a buon diritto i tuoi concittadini ammettono
a dar consigli su questioni politiche un fabbro o un calzolaio
che ritengono che la virtù si possa insegnare e acquisire. 
da Platone, Protagora, 321c-d, 322a-323a, 323c-324d
                I SOFISTI : UNA RIVOLUZIONE EDUCATIVA E CULTURALE

Nell'Atene del V secolo, si verifica con i Sofisti una vera e propria rivoluzione culturale. Loro compito è la formazione dei nuovi dirigenti della pòlis. Essi sono maestri della parola. Preminente è l'arte della retorica, cioè quell'insieme di conoscenze e tecniche del discorso adottabili a seconda delle situazioni , degli interlocutori e degli obiettivi prescelti , che è richiesta dalle esigenze di partecipazione alla vita civile della pòlis. I Sofisti riconoscono il pluralismo culturale e linguistico che caratterizza la società umana e la profonda diversità dei codici morali fra i vari popoli. Contribuiscono inoltre a trasformare la concezione dell'areté riconoscendone l'insegnabilità, contro la cultura aristocratica che la considerava un proprio patrimonio ereditario. 

lunedì 29 ottobre 2012

                                                     LA FISICA DEGLI ATOMI

Per Democrito alla base della realtà vi sono infiniti elementi materiali, gli atomi ("indivisibili"), che hanno la medesima natura qualitativa, differiscono solo per alcuni aspetti quantitativi (forma, grandezza, ordine e posizione) e si muovono nel vuoto. L'universo è composto di infiniti mondi. Tutto avviene in base a cause determinate, secondo una necessità meccanica. Solo la ragione - non i sensi - ci permette di "vedere" gli atomi materiali, ci fornisce quindi una conoscenza oggettiva. La conoscenza sensibile, invece, è soggettiva ed è il prodotto dell'incontro tra effluvi, o simulacri, cioè flussi vaganti di atomi, e organi sensoriali.
Ancora una volta Aristotele ci informa sui principi della fisica atomistica di Democrito. Aristotele afferma che gli atomisti:
  • hanno sostenuto l'impossibilità di una divisione all'infinito dei corpi;
  • hanno posto il pieno e il vuoto come elementi, chiamandoli essere e non-essere, atomi e spazio vuoto, assegnando così anche al vuoto il carattere di realtà;
  • considerano tutti i corpi come aggregati degli atomi.
Perché c'è una grave difficoltà, se si ammette che esista un corpo e 
una grandezza divisibile e che questa divisione sia possibile.
Che cosa infatti ci sarà, che sfugge alla divisione? (...) In generale se 
una cosa è per natura assolutamente divisibile ed essa venga ( di fatto )
divisa, non ci sarà (in ciò) nulla di impossibile, poiché neppure si trattasse
di dividerla in diecimila volte diecimila ci sarebbe nulla di impossibile,
benché forse nessuno possa fare una tale divisione.
Poiché dunque il corpo è assolutamente tale (divisibile), lo si divida.
Che cosa resterà allora? Una grandezza ? Non è possibile, perché allora
vi sarebbe qualcosa di non diviso, mentre era interamente divisibile.
Ma ammesso che non resti né corpo né grandezza e tuttavia si
proceda alla divisione, o il corpo consterà di punti e le parti di cui è
composto saranno prive di grandezza , oppure queste parti saranno 
null'affatto: sicché, se risulterà o sarà composto di nulla, anche il tutto 
sarà null'altro che apparenza. 
da Aristotele, Generazione e corruzione, A 2 316a 14 (dk 68 a 37)
                                         LE OMEOMERIE E IL NOÙS

Anche Anassagora afferma l'unità dell'universo e il suo interno divenire, ma, a differenza di Empedocle, ritiene che gli elementi originari siano infiniti "semi" (Aristotele le chiamerà omeomerie) che generano, col loro mescolarsi, tutte le cose. Il filosofo di Clazomene, come Empedocle, cerca di spiegare i processi di cambiamento con un principio attivo separato dagli elementi, il Noùs (cioè l'intelletto), una mente ordinatrice dell'universo, che separa e ordina le omeometrie, producendo la molteplicità delle cose e l'ordine del mondo. Fonte della conoscenza è l'esperienza.
Testimonianze su Anassagora ci sono pervenute da opere di Aristotele, dalle quali è possibile ricostruire la sua dottrina.
Aristotele afferma che per Anassagora:
  • i principi materiali, o particelle qualitative (omeometrie), sono invisibili, infiniti di numero ed eterni;
  • mentre le particelle qualitative non periscono, le cose nascono o muoiono per composizione o scomposizione degli aggregati formati con tali particelle;
  • principio del movimento e dell'ordine delle cose è una causa intelligente ( il Noùs). 

Anassagora di Clazomene, che per età gli (a Empedocle) è anteriore
ma posteriore per attività, dice che i principi sono infiniti; e infatti
quasi tutte le omeometrie, come l'acqua o il fuoco, egli dice che nascono 
e periscono solo come composizione e separazione e che in altro 
modo non nascono né periscono, ma durano eterne. 
                                                                      da Aristotele, Metafisica, A 3  984a 11 ( DK 59 A 43)


A proposito degli elementi Anassagora la pensa in modo opposto a
Empedocle. Questo, infatti dice che il fuoco e gli altri elementi dello
stesso ordine sono gli elementi dei corpi e che tutti i corpi si formano
da questi; Anassagora il contrario: elementi sono le omeometrie, voglio 
dire ad esempio la carne, l'osso e ciascuno di questi, mentre l'aria e il
  fuoco  sono mescolanze di questi e di tutti gli altri semi; entrambi sono
un aggregato di tutte le invisibili omeometrie.
                                                                                               da Aristotele, Il cielo, 3 302a 28 (DK 59 A 43)

Anassagora  sostiene che ogni parte sia mescolanza allo stesso
modo del tutto, perché vede che ogni cosa viene da ogni cosa: per
questo motivo pare ch'egli affermi che un tempo tutte le cose erano 
insieme, ad esempio questa carne e quest'osso e così quest'altro, sia quel 
che sia, e insomma tutto - e lo erano, proprio contemporaneamente,  
perché l'inizio della separazione non si verificò soltanto per ciascuna
cosa, ma per tutte. E poiché ciò che è prodotto è prodotto da un
corpo di determinata natura e di tutte le cose c'è generazione, solo che ciò
non avviene contemporaneamente, anche per tale generazione ci
dev'essere un principio, ed unico, ch'egli chiama Intelletto e l'Intelletto
lavora da un certo inizio pensando: sicché di necessità in un certo
momento tutte le cose erano insieme e in un certo momento cominciarono
ad essere mosse.    
                                                                                      da Aristotele, Fisica, 4 203a 19 (DK 59 A 45) 

Anassagora si serve dell'intelletto come di un deus ex machina
per rendere conto della costruzione del mondo e quando non sa 
spiegare per quale motivo una cosa è di necessità (quel che è) , allora lo fa
intervenire, mentre per gli altri casi indica come causa tutto furché
l'Intelletto.
                                                                                  da Aristotele, Metafisica, A 4 985a 18 (DK 59 A 47)
    


sabato 27 ottobre 2012

                                        NON VI È NASCITA, NÉ MORTE

Empedocle ha consegnato le proprie concezioni filosofiche ad un poema intitolato Sulla natura, di cui riporto due brani del libro primo.
Empedocle afferma che immutabili ed eterne sono le quattro radici di tutte le cose ( acqua, aria , fuoco e terra)  e le due forze universali dell'Amore e dell'Odio, attraverso cui quei quattro elementi fondamentali vengono ad essere fra loro mescolati o separati. In sé non esiste nascita o morte ma solo mescolanza o separazione di ciò che è mescolato.

Non temere la morte
Un'altra cosa ti dirò, che per nessun mortale esiste una generazione
o una morte che lo distrugga, ma solo un mescolarsi e separarsi di
elementi, che gli uomini chiamano nascere. Quando alla luce del cielo
furono mescolati elementi in forma umana, o in specie campestri, in
virgulti o uccelli, questo chiamavano nascere. E quando si distoglievano
da quella mescolanza, questo chiamavano destino crudele (di morte).
Essi così danno i nomi come sancito ed anch'io acconsento 
a questa norma. Ma gli uomini temono la morte vendicatrice, stolti, 
che non mostrano certo acutezza  di ingegno con quei loro affanni,
con quell'attendersi che nasca ciò che prima non esiste, o che possa perire
del tutto, distruggersi ( ciò che esiste).

L'amore cosmico 
Ecco infine, in aggiunta a ciò che ho finora detto, se resta qualche
dubbio per l'oscurità delle mie precedenti parole, guarda questa 
testimonianza: il sole che è così smagliante alla vista, caldo ovunque, 
e i corpi che s'immergono eterei nel suo tepore e nella sua bianca luce;
poi la pioggia oscura e tesa, che ovunque si distende, 
ma che genera anch'essa dalla terra virgulti e alberi. 
Durante il dominio dell'Odio tutto è contorto e in contrasto,
mentre quando sopravviene l'Amore
gli elementi che costituiscono tutti gli esseri che furono, sono e 
saranno si accostano l'uno al'altro desiderandosi, e così si generano
alberi, uomini e donne, fiere ed uccelli, e i pesci che vivono nell'acqua, 
i numeri eterni ed eccelsi.
Solo quegli elementi esistono, infatti, diventando corpi di
ogni genere, passando gli uni con gli altri; questo esiste e questo il mescolarsi 
trasforma, come avviene con i pittori che dipingono pareti variopinte,
con competenza e intelligenza, prendendo tinture diverse, mescolandosi 
armoniosamente in misura maggiore o minore, foggiando con esse 
figure che somigliano a tutto, costruendo alberi, uomini e donne, 
fiere ed uccelli, e con essi i pesci che vivono in acqua ed i numeri eterni
ed eccelsi.
Non ingannarti, quindi, non pensare che altra  sia l'origine dei mortali
che sono a te manifesti e che si riproducono all'infinito.

da Empedocle, Sulla natura, in DK 31 B 8, 9, 10, 11 - DK 31 B 21, 23




                                     I NATURALISTI DEL V SECOLO A.C.

Nel V secolo Atene è centro di irradiazione culturale per l'intera società ellenica. I nuovi filosofi della natura cercano di conciliare l'esigenza eleatica di un pensiero non contraddittorio della realtà, capace di coglierne l'unità fondamentale e un principio immutabile, con il bisogno di spiegare il mutamento e la pluralità attestati dall'esperienza. La  soluzione individuata sta nell'affermare che l'essere è costituito da una pluralità originaria di elementi eterni e immutabili e che il mondo è il prodotto della mescolanza e della separazione di tali elementi.
                                           LA DOTTRINA DELL'ESSERE

In questa parte del canto, la dea illustra la via della verità, ossia quella dell'essere; nei versi si sviluppa una ontologia.
La dea:
  • ribadisce anzitutto che la via della verità è quella della non contraddizione;
  • sostiene che connotato essenziale della verità è l'identita di pensiero ed essere;
  • descrive le caratteristiche dell'Essere, che è ingenerato, imperituro, indivisibile, immobile, tutto uguale.


Non ci resta ormai che parlare della via che dice che è.
Su questa via molti sono gli indizi
del fatto che, essendo, è ingenerato e imperituro,
tutto intero, immobile e senza fine.
Non mai era, né sarà, poiché è ora tutt'insieme, uno, continuo.
Quale  origine, infatti, vorrai cercare di esso?
Come e da dove sarebbe nato?
Dal non essere non ti permetterò né di dirlo
né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare
ciò che non è. Quale necessità, se derivasse dal nulla,
potrebbe averlo spinto a nascere dopo piuttosto che prima?
per cui è necessario o che sia completamente
o che non sia affatto.
Né mai la forza della convinzione potrà concedere
che dall'essere nasca qualcosa che sia altro da esso.
Per questa ragione la Giustizia non gli concesse né di nascere
né di perire, allentandogli i ceppi, ma lo tiene ben fermo.
Su tale punto il giudizio è questo: è o non è. Si è giudicato, 
dunque, com'era necessario, di abbandonare una delle vie
perché impensabile e inesprimibile (non è infatti la via del vero),
e di conservare l'altra in quanto è ed è vera.
E come potrebbe l'essere esistere in futuro?
E come potrebbe essere stato in passato? Infatti se fu, non è;
e neppure è se dovrà  essere in futuro.
Così si estingue la nascita e la morte scompare.
E non è divisibile , giacché è tutto eguale;
né c'è, da qualche parte, un più d'essere
che possa impedirgli di essere vicino a se stesso , né c'è un meno,
ma è tutto pieno di essere. Perciò è tutto continuo:
l'essere, infatti, è a contatto con l'essere.
Ma immobile, limitato dai suoi potenti legami 
sta l'essere senza principio e senza fine, poiché la nascita e la morte 
sono state respinte e allontanate dalla vera
certezza. E restando identico nell'identico luogo,
giace in se stesso e così là fisso rimane,
giacché la Necessità che tutto domina lo tiene 
nelle catene del limite, che lo rinserra all'intorno,
poiché l'essere non può non essere compiuto:
infatti di nulla è manchevole, e se lo fosse
mancherebbe di tutto.
La stessa cosa è il pensare e ciò per cui
è il pensiero, perché, senza l'essere, nel quale è espresso,
non troverai il pensiero: nient'altro, infatti,
è o sarà all'infuori dell'essere, poiché, la Moira ( il Fato) lo ha vincolato
ad essere un tutto immobile. Perciò sono puri nomi
quelli che hanno posto i mortali, 
convinti che fossero veri; nascere e 
perire, essere e non essere, cambiare luogo e mutar luminoso colore.
Ma poiché v'è un limite estremo, esso è compiuto 
da ogni lato simile alla massa di ben rotonda sfera
di ugual forza dal centro in ogni parte:
occorre, infatti, che esso non sia in questo punto più grande
o in quello più piccolo.
Poiché non è un non essere che gli possa impedire 
di raggiungere l'unità con l'uguale, né un essere
che dell'essere abbia qui una misura maggiore, là una misura minore
perché è tutto inviolabile.
Qui termino il discorso della certezza
e il pensiero intorno alla verità; d'ora in poi
apprendi le opinioni dei mortali ascoltando
l'ingannevole ordine delle mie parole.

da Parmenide, Poema sulla Natura, in DK 28 B 8

                                         LE VIE DELLA RICERCA

Nella seconda parte del canto la dea parla e Parmenide ascolta. La dea descrive a Parmenide i due sentieri fondamentali che si aprono alla ricerca.
Secondo la dea:
  • il filosofo deve seguire la via maestra del pensiero, quella dell'essere;
  • non è percorribile la via del non-essere, che, in quanto tale, non può venire pensato né detto;
  • bisogna quindi lasciare la via dell'esperienza, che mescola essere e non-essere.

Orbene io ti dirò (e tu ascolta attentamente le mie parole)
quali uniche vie di ricerca si possano pensare:
l'una - che è e che non è possibile
che non sia - è la via della Persuasione
(giacché questa tende alla Verità);
l'altra, che non è e che è necessario che non sia:
e io ti dico che questa è una via preclusa ad ogni ricerca:
né conoscerlo (non è infatti possibile), né esprimerlo.
Considera come anche cose lontane
sono saldamente presenti alla mente;
infatti non potrai scindere l'essere dalla sua connessione
con se stesso, né scomponendolo interamente in ogni sua parte
secondo un certo ordine, né ricomponendolo in se stesso. (...)
È necessario che il dire e il pensare siano essere: infatti l'essere è;
il nulla non è; su questo ti esorto a riflettere.
Perciò da questa prima via di ricerca
ti tengo lontano, ma, poi,  anche da quella
su cui i mortali che nulla sanno vanno errando, gente a due teste;
infatti è l'incertezza  che nei loro patti dirige 
la mente oscillante. Costoro son trascinati 
sordi e ciechi a un tempo, confusi, gente indecisa, 
secondo la quale l'essere e il non essere
è lo stesso e non è lo stesso, e di ogni cosa
v'è un cammino che si può volgere in senso inverso.
Infatti questo non potrà mai imporsi,
che il non essere sia.
Ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero,
né l'abitudine nata dalle numerose e varie esperienze ti spinga
seguendo questa direzione a usare l'occhio che non vede
e una lingua e un udito che rimbombano di suoni illusori, ma giudica
con il pensiero la questione controversa
che io ti ho esposto.

da Parmenide, Poema sulla Natura, in DK 28 B 2, 3, 4, 6, 7, 8
                                              IL FILOSOFO E LA DEA

Nel Proemio del suo poema, Parmenide esprime la propria concezione della verità come ispirazione e rivelazione divina.
Nel Proemio del canto:
  • Parmenide compie un viaggio verso la luce, verso la verità;
  • una dea annuncia la Verità al filosofo, chiamato a percorrere una via che non è battuta dagli uomini;
  • la dea anticipa i sentieri della ricerca filosofica e della conoscenza: quelli della verità "ben rotonda", dell'opinione erronea e dell'opinione "plausibile".

Le cavalle che mi portano fin dove vuole il mio desiderio
     mi fecero giungere, dopo avermi condotto e posto sulla via
molto famosa della dea, che per tutte le città
conduce l'uomo sapiente.
Là fui portato
e là mi portarono le accorte cavalle
trascinando il mio carro,
mentre fanciulle indicavano la via.
L'asse nei mozzi sibilava infuocato
(perché da ambo i lati era mosso da due rotanti cerchi).
Le fanciulle figlie del Sole, lasciate le case della Notte,
affrettarono il carro nel guidarmi
verso la luce, liberando il capo dai veli.
Là è la porta che separa le vie della Notte
e del Giorno, limitata ai due estremi dall'architrave
e dalla soglia di pietra,
chiusa in alto da grandi battenti,
da cui la Giustizia, che molto punisce,  serba le chiavi
che aprono e chiudono. (...)
E la dea benigna mi accolse, e mi prese la mano destra
e così mi parlò:
"O giovane, condotto da guide immortali,
che giungi alla nostra dimora portato dalle cavalle,
sii il benvenuto! Non è stato un destino avverso a condurti 
per questa via (assai lontana dal cammino degli uomini),
ma la Legge divina e la Giustizia.
Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa, 
sia il forte animo della ben rotonda Verità
sia le opinioni dei mortali, in cui non è vera certezza.
E tuttavia anche questo imparerai, come conviene che valuti
le apparenze colui che indaga ogni cosa in tutti i sensi.
  da Parmenide, Poema sulla Natura, in DK 28 B 1
                                               GLI UOMINI E LA VERITÀ

Nei frammenti che seguono, Eraclito manifesta la propria aristocratica concezione della verità, accessibile ai pochi che sono "desti" e non ai molti che sono invece "dormienti", ed espone il tema centrale del suo pensiero, ovvero il contrasto e l'armonia degli opposti.
Eraclito afferma che:
  • di fronte alla verità vi sono coloro che "dormono" e coloro (pochi) che sono invece "desti";
  • bisogna seguire la legge comune a tutte le cose, il lògos, verità eterna e assoluta;
  • l'intima natura delle cose è il lògos, ragione universale che è unità armonica degli opposti.

Gli uomini non intendono questa verità eterna, né prima di udirla né dopo averla udita; e sebbene tutto avvenga secondo tale dottrina, che è la legge del mondo, ne sembrano inesperti pur avendo, in fatto di parole e di opere, esperienze identiche a quelle su cui ragiono io analizzando cosa secondo la sua natura e dicendo come è.  Ma agli altri uomini sfugge quel che fanno da svegli, così come non ricordano ciò che fanno dormendo.
Chi vuole che le sue parole abbiano senso deve basarsi su ciò che è comune e ha senso per tutti, come la città si basa sulla legge e con forza anche maggiore. Poiché tutte le leggi umane traggono nutrimento dall'unica legge divina; questa può tutto ciò che vuole, dà origine alle cose e le domina tutte.
 Quindi si deve seguire ciò che è comune. Ma benché questa verità sia comune, i più vivono come se avessero un pensiero proprio.
I desti hanno un unico mondo comune, ma nel sonno ognuno si apparta in un mondo a lui proprio.
Bisogna sapere che la guerra è comune, e che la giustizia è conflitto, e che tutto avviene secondo conflitto e necessità.
Gli opposti coincidono  a dagli element discordanti nasce una bellissima armonia.
Non capiscono come, pur discordando, concordi con se stesso: armonia di tensioni contrastanti come nell'arco e nella lira.
Il dio è giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame. E muta come il fuoco: quando si mescola ai fumi odorosi, prende nome dall'essenza di ognuno di essi.
La via in su e la via in giù sono un'unica identica via.
La malattia rende dolce e gradita la salute, la fame la sazietà, la fatica il riposo.
                                 DK 22 B 1, 114, 2, 89, 80, 8, 51, 67, 60, 111

                                                 ERACLITO E PARMENIDE

Eraclito e Parmenide sono tradizionalmente presentati come i fondatori e i più eminenti rappresentatori di due opposte concezioni filosofiche, molto importanti per la storia futura del pensiero occidentale. Secondo questa impostazione, alla concezione eraclitea, che definisce la realtà in termini di divenire, si opporrebbe quella parmenidea, che la definisce in termini di essere.
In realtà, il loro stile di pensiero e di ricerca presenta diverse e significative affinità. Entrambi, innanzitutto, assegnano al lògos, alla ragione, la possibilità e il compito di cercare, trovare e dire la verità. Viene così posto un legame molto forte tra il lògos e la realtà: solo il pensiero rivela e fa cogliere la realtà più profonda.
Eraclito e Parmenide condividono, inoltre, una concezione e una pratica elitaria della ricerca della verità, che non ha per loro il carattere "democratico" che aveva per i pensatori ionici. Per entrambi, infatti, solo pochi conoscono e possono seguire la via della verità, che ai più è preclusa perché- come dice Eraclito_ essi credono di essere desti ma dormono.  Infine, un ulteriore affinità tra i due filosofi può essere ritrovata nel linguaggio da loro utilizzato, che rimanda ai modi, alle immagini e allo stile propri del linguaggio mistico e oracolare, configurando un modo di esprimersi enigmatico, che solo pochi sono in grado di interpretare.
                                          PRINCIPIO È IL NUMERO

Ai Pitagorici va fatta risalire la concezione secondo cui l'essenza ultima della realtà è il numero.La scienza che studia la realtà è l'aritmo-geometria, che si basa sulla coincidenza fra numero finito e una data grandezza geometrica e fra quella grandezza e un determinato tipo di cose. Così le relazioni matematiche si affermano come realtà immanenti alle cose.
Aristotele afferma che i Pitagorici:
  • avevano ritenuto che le proprietà delle cose fossero riducibili a numeri;
  • consideravano pari e dispari elementi fondamentali del numero e , quindi, del mondo;
  • hanno successivamente sostenuto che i principi sono costituiti da 10 coppie oppositive.

 Al tempo di costoro, e prima di costoro i cosiddetti Pitagorici si dedicarono alle matematiche e per primi le fecero progredire. Dediti a tale studio, credettero che i principi delle matematiche fossero anche i principi di tutte le cose che sono. ora, poiché i principi delle matematiche sono i numeri e nei numeri essi credevano di trovare, più che nel fuoco e nella terra e nell'acqua, somiglianza con le cose che sono e divengono, (...) e poiché, inoltre, vedevano espresse dai numeri le proprietà e i rapporti degli accordi armonici, poiché, insomma, ogni cosa nella natura appariva loro simile ai numeri e i numeri apparivano primi tra tutto ciò che è nella natura, pensarono che gli elementi dei numeri fossero elementi di tutte le cose che sono, e che l'intero mondo fosse armonia e numero.
Anche costoro sembrano ritenere che il numero sia principio (...) non solo come materia degli esseri, ma anche come proprietà  delle cose che sono e condizione delle loro modificazioni. Ritenevano elementi del numero il pari e il dispari, l'uno pensato come infinito, l'altro come limitato; l'unità la consideravano derivante da entrambi e dall'unità pensavano che nascesse il numero e che nei numeri consistesse, come ho detto, tutto il mondo.
Altri Pitagorici dicevano che i principi sono dieci, quelli che secondo la serie son detti: limite e illimitato, dispari e pari, uno e molteplice, destro e sinistro, buono e cattivo, quadrato e rettangolare.
                   da Aristotele, Metafisica, I, 985b e segg., in DK 58 B 4 e B 5

                                          L'ARIA COME PRINCIPIO

Secondo la testimonianza di Simplicio (530 d. C.), Anassimene individua l'aria, una realtà materiale e determinata, come arché, e fornisce una spiegazione meccanica dei processi della realtà, descritti come il prodotto di un movimento eterno di rarefazione e condensazione dell'aria. 

 Anassimene di Mileto, figlio di Euristrato, fu amico di Anassimandro. Anch' egli dice, come afferma costui, che una e infinita è la sostanza che fa da sostrato, ma non indeterminata come quella, bensì determinata- la chiama aria. L'aria si differenzia nelle sostanze per rarefazione e condensazione. Attenunadosi diventa fuoco, condensandosi diventa vento, e poi nuvola, e, crescendo la condensazione, diviene acqua e poi terra e poi pietre e il resto, poi si genera da queste. Anch'egli  ritiene eterno il movimento attraverso il quale avviene la trasformazione.
           da Simplicio, Commentario alla Fisica di Aristotele, 24, 26 in DK 13 A 5
                                                           L'ÀPEIRON

Il brano è una "testimonianza" su Anassimandro resa in un commentario di Simplicio alla Fisica di Aristotele, scritto intorno al 530 d.C.
Dopo avere indicato la dottrina dell'arché del filosofo, e sottolineando che sarebbe stato proprio Anassimandro a designare per primo col termine di arché ciò da cui derivano le trasformazioni, Simplicio espone le ragioni che - a suo parere- possono avere indotto Anassimandro a ritenere che non un particolare elemento materiale (acqua, aria, ecc.) ma l'infinito o illimitato (àpeiron) fosse ciò da cui gli esseri umani derivano.

Tra quanti affermano che il principio è uno, in movimento e infinito, Anassimandro di Mileto, figlio di Prassiade, successore e discepolo di Talete, ha detto che principio ed elemento degli esseri è l'infinito, avendo introdotto per primo questo nome del principio. E dice che il principio non è né l'acqua né altro dei cosiddetti elementi, ma un'altra natura infinita, dalla quale provengono tutti i cieli e i mondi che in essi esistono. (...)
É chiaro che,  avendo osservato il reciproco mutamento dei quattro elementi, ritenne giusto non porne nessuno come sostrato, ma qualcos'altro oltre questi. secondo lui, quindi, la nascita delle cose avviene non in seguito all'alterazione dell'elemento, ma per distacco dei contrari dall'infinito a causa dell'eterno movimento.
         da Simplicio, Commentario alla Fisica di Aristotele, 24, 13 in DK 12 A 9

giovedì 25 ottobre 2012

                                                GLI INIZI DELLA FILOSOFIA

La prima storia della filosofia è stata scritta da Aristotele, filosofo del IV secolo a.C., a cui dobbiamo la conoscenza dei caratteri costitutivi che la filosofia avrebbe assunto ad opera dei pensatori ionici. In alcune sue opere (ad esempio Metafisica e De Anima) Aristotele interpreta il pensiero dei primi filosofi dal punto di vista della propria concezione filosofica e dei suoi concetti fondamentali. nella sua interpretazione Aristotele sostiene che:
  • per i primi filosofi i princìpi delle cose sono elementi materiali;
  • tali princìpi o elementi sono permanenti: da essi tutti gli esseri derivano e in essi si risolvono;
  • Talete pone l'acqua come princìpio;
  • Talete riteneva che l'acqua avesse natura "divina". 
Riporto qui dei brani tratti da Metafisica e dal De Anima.

La maggior parte di coloro che per primi filosofarono ritennero che i soli princìpi di tutte le cose fossero quelli di natura materiale; infatti ciò (la materia) da cui tutte le cose hanno l'essere, da cui originariamente derivano e in cui alla fine si esauriscono, questo essi dicono che è l'elemento, questo il princìpio delle cose e perciò ritengono che niente si distrugge, poiché tale sostanza si conserva sempre (...).  
 Ci deve essere una qualche sostanza, o una o più d'una, da cui derivano tutte le altre, mentre essa rimane immutata. ma riguardo al numero e alla forma di tale principio non dicono tutti lo stesso: Talete, il fondatore di tale filosofia, dice che è l'acqua (e perciò sosteneva che anche la terra galleggia sull'acqua); egli ha tratto forse tale supposizione vedendo che il nutrimento di tutte le cose è umido, che il caldo stesso deriva da questo  e di questo vive (e ciò da cui tutte le cose derivano è il loro principio). Di qui, dunque, egli ha ricavato tale supposizione, dal fatto che i semi di tutte le cose hanno natura umida e l'acqua è il principio naturale delle cose umide. Ci sono secondo alcuni secondo i quali anche gli antichissimi, molto anteriori all'attuale generazione e che per primi trattarono degli dèi, ebbero le stesse idee sulla natura: infatti posero Oceano e Teti come autori della generazione (delle cose) (...). Alcuni sostengono che l'anima è mescolata al tutto r di qui forse Talete suppose che tutte le cose sono piene di dèi. (...) E pare che anche Talete a quanto ricordano, abbia ritenuto che l'animasia qualcosa che è in grado di muovere, se ha detto che la pietra è dotata di anima in quanto muove il ferro. 
          da  Aristotele, Metafisica, I, 983b (DK 11 A 12); De Anima, 411a (DK 11 A 12)







martedì 23 ottobre 2012

                                                 Le origine greche della filosofia

Filosofia (dal greco filos e sofìa, letteralmente "amore della sapienza") è il nome dato, a partire da Platone e Aristotele, a un attività intellettuale che mira a una concezione complessiva e razionalmente fondata della realtà del mondo e dell'uomo. Quando Platone e Aristotele elaborarono per la prima volta una immagine autoconsapevole della filosofia, lo fanno già in riferimento a una tradizione. Ad esempio Aristotele, nel libro I della Metafisica , raccogliendo le opinioni di coloro che prima di lui hanno ricercato i principi e le cause dell'essere, comincia da Talete. Talete e gli altri primi pensatori fioriti nelle colonie dell'Asia Minore, a partire dal sec. VI a.c., hanno cercato di farsi un'idea delle origini e della costituzione fondamentale di tutte le cose cercando soluzioni dimostrabili, legittimate non da una "storia" ( le cosmogonie), ma da un ragionamento.  La prima determinazione che la filosofia riceve da questi filosofi ionici e quella del suo carattere "contemplativo" e "teorico": il filosofo cerca il sapere sui principi delle cose  per il puro amore del sapere. Nell'Atene dei secc. VI e V matura un'altra determinazione essenziale della filosofia, quella di cui sono portatori i sofisti. I sofisti spostano l'interesse dall'essere all'uomo e ai suoi comportamenti: si interessano della vita sociale, e vogliono scoprire e insegnare le tecniche retoriche capaci di assicurare il successo nella lotta politica. Una sintesi di questi due ordini di esigenze si trova per la prima volta in Platone e Aristotele, per i quali, anche se in sensi diversi, le norme del buon comportamento etico e politico si possono trovare solo nella conoscenza dei principi. La Filosofia ha il suo primo sviluppo, che le imprime abbastanza definitivamente i suoi caratteri, nell'arco di tempo che vede fiorire e poi tramontare la città-stato greca . Non è un caso che sia nata proprio nelle colonie greche dell'Asia Minore; vi regnavano infatti condizioni di libertà politica e civile tali da rendere possibile il sorgere di un atteggiamento critico nei confronti della cultura dominante della collettività.