Per Democrito alla base della realtà vi sono infiniti elementi materiali, gli atomi ("indivisibili"), che hanno la medesima natura qualitativa, differiscono solo per alcuni aspetti quantitativi (forma, grandezza, ordine e posizione) e si muovono nel vuoto. L'universo è composto di infiniti mondi. Tutto avviene in base a cause determinate, secondo una necessità meccanica. Solo la ragione - non i sensi - ci permette di "vedere" gli atomi materiali, ci fornisce quindi una conoscenza oggettiva. La conoscenza sensibile, invece, è soggettiva ed è il prodotto dell'incontro tra effluvi, o simulacri, cioè flussi vaganti di atomi, e organi sensoriali.
Ancora una volta Aristotele ci informa sui principi della fisica atomistica di Democrito. Aristotele afferma che gli atomisti:
- hanno sostenuto l'impossibilità di una divisione all'infinito dei corpi;
- hanno posto il pieno e il vuoto come elementi, chiamandoli essere e non-essere, atomi e spazio vuoto, assegnando così anche al vuoto il carattere di realtà;
- considerano tutti i corpi come aggregati degli atomi.
Perché c'è una grave difficoltà, se si ammette che esista un corpo e
una grandezza divisibile e che questa divisione sia possibile.
Che cosa infatti ci sarà, che sfugge alla divisione? (...) In generale se
una cosa è per natura assolutamente divisibile ed essa venga ( di fatto )
divisa, non ci sarà (in ciò) nulla di impossibile, poiché neppure si trattasse
di dividerla in diecimila volte diecimila ci sarebbe nulla di impossibile,
benché forse nessuno possa fare una tale divisione.
Poiché dunque il corpo è assolutamente tale (divisibile), lo si divida.
Che cosa resterà allora? Una grandezza ? Non è possibile, perché allora
vi sarebbe qualcosa di non diviso, mentre era interamente divisibile.
Ma ammesso che non resti né corpo né grandezza e tuttavia si
proceda alla divisione, o il corpo consterà di punti e le parti di cui è
composto saranno prive di grandezza , oppure queste parti saranno
null'affatto: sicché, se risulterà o sarà composto di nulla, anche il tutto
sarà null'altro che apparenza.
da Aristotele, Generazione e corruzione, A 2 316a 14 (dk 68 a 37)
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