In questa parte del canto, la dea illustra la via della verità, ossia quella dell'essere; nei versi si sviluppa una ontologia.
La dea:
- ribadisce anzitutto che la via della verità è quella della non contraddizione;
- sostiene che connotato essenziale della verità è l'identita di pensiero ed essere;
- descrive le caratteristiche dell'Essere, che è ingenerato, imperituro, indivisibile, immobile, tutto uguale.
Non ci resta ormai che parlare della via che dice che è.
Su questa via molti sono gli indizi
del fatto che, essendo, è ingenerato e imperituro,
tutto intero, immobile e senza fine.
Non mai era, né sarà, poiché è ora tutt'insieme, uno, continuo.
Quale origine, infatti, vorrai cercare di esso?
Come e da dove sarebbe nato?
Dal non essere non ti permetterò né di dirlo
né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare
ciò che non è. Quale necessità, se derivasse dal nulla,
potrebbe averlo spinto a nascere dopo piuttosto che prima?
per cui è necessario o che sia completamente
o che non sia affatto.
Né mai la forza della convinzione potrà concedere
che dall'essere nasca qualcosa che sia altro da esso.
Per questa ragione la Giustizia non gli concesse né di nascere
né di perire, allentandogli i ceppi, ma lo tiene ben fermo.
Su tale punto il giudizio è questo: è o non è. Si è giudicato,
dunque, com'era necessario, di abbandonare una delle vie
perché impensabile e inesprimibile (non è infatti la via del vero),
e di conservare l'altra in quanto è ed è vera.
E come potrebbe l'essere esistere in futuro?
E come potrebbe essere stato in passato? Infatti se fu, non è;
e neppure è se dovrà essere in futuro.
Così si estingue la nascita e la morte scompare.
E non è divisibile , giacché è tutto eguale;
né c'è, da qualche parte, un più d'essere
che possa impedirgli di essere vicino a se stesso , né c'è un meno,
ma è tutto pieno di essere. Perciò è tutto continuo:
l'essere, infatti, è a contatto con l'essere.
Ma immobile, limitato dai suoi potenti legami
sta l'essere senza principio e senza fine, poiché la nascita e la morte
sono state respinte e allontanate dalla vera
certezza. E restando identico nell'identico luogo,
giace in se stesso e così là fisso rimane,
giacché la Necessità che tutto domina lo tiene
nelle catene del limite, che lo rinserra all'intorno,
poiché l'essere non può non essere compiuto:
infatti di nulla è manchevole, e se lo fosse
mancherebbe di tutto.
La stessa cosa è il pensare e ciò per cui
è il pensiero, perché, senza l'essere, nel quale è espresso,
non troverai il pensiero: nient'altro, infatti,
è o sarà all'infuori dell'essere, poiché, la Moira ( il Fato) lo ha vincolato
ad essere un tutto immobile. Perciò sono puri nomi
quelli che hanno posto i mortali,
convinti che fossero veri; nascere e
perire, essere e non essere, cambiare luogo e mutar luminoso colore.
Ma poiché v'è un limite estremo, esso è compiuto
da ogni lato simile alla massa di ben rotonda sfera
di ugual forza dal centro in ogni parte:
occorre, infatti, che esso non sia in questo punto più grande
o in quello più piccolo.
Poiché non è un non essere che gli possa impedire
di raggiungere l'unità con l'uguale, né un essere
che dell'essere abbia qui una misura maggiore, là una misura minore
perché è tutto inviolabile.
Qui termino il discorso della certezza
e il pensiero intorno alla verità; d'ora in poi
apprendi le opinioni dei mortali ascoltando
l'ingannevole ordine delle mie parole.
da Parmenide, Poema sulla Natura, in DK 28 B 8
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