sabato 10 novembre 2012

                                                      LA SOCIETÀ ANTICA

Iconcetti-base del pensiero etico della Grecia sono quelli di areté, eudaimonìa e dìke, traducibili rispettivamente con "virtù", "felicità" e "giustizia". Questi termini hanno subito, col tempo, trasformazioni profonde del senso originario e appaiono strettamente connessi fra loro, evidenziando con ciò l'intreccio di etica e politica e la problematicità del rapporto tra virtù e felicità
In parte legato all'etica antica è il concetto di eros, "amore" mentre quello di male (malum) assumerà un ruolo centrale nel pensiero etico-religioso del Cristianesimo medievale.
                          IL PRINCIPIO SOCRATICO "CONOSCI TE STESSO"

"Conosci te stesso" è una sentenza dell'oracolo di Delfi, ripresa da Socrate e collocata nel contesto della propria riflessione. Conoscere se stessi è condizione essenziale per fare le scelte giuste, per evitare i mali. Ciò vale per gli individui come per le città.
Socrate chiarisce che: conoscere se stessi è la condizione per fuggire i mali e procurarsi i beni.


SOCRATE : Dimmi, Eutidemo, sei mai andato a Delfi?

EUTIDEMO : Due volte almeno, per Zeus!


SOCRATE : Ti sei accorto che sul tempio in qualche parte è scritto "conosci te stesso"?


EUTIDEMO : Si


SOCRATE : E non ti sei curato di questa frase o vi hai prestato attenzione  e hai cercato di esaminare chi sei ?

EUTIDEMO : No, per Zeus, perché credevo di saperlo: difficilmente avrei conosciuto qualche altra cosa, se non avessi conosciuto neppure me stesso.

               
SOCRATE : E ti pare che conosca se  stesso chi conosce soltanto il proprio nome o chi fa come i compratori di cavalli ? Questi credono di non conoscere ciò che vogliono conoscere prima di aver esaminato se il cavallo è docile o indocile, forte o debole, veloce o lento o altre prestazioni positive o negative negli usi in cui può essere impiegato . Chi fa come costoro e si esamina rispetto agli usi nei quali può essere impiegato un uomo,  conosce le proprie possibilità ?

EUTIDEMO : Mi pare che chi conosce le proprie possibilità non conosce se stesso.

SOCRATE : Ma non è chiaro che attraverso la conoscenza di se stessi gli uomini ottengono moltissimi beni, mentre, se si ingannano su se stessi, subiscono moltissimi mali? Infatti, quelli che conoscono se stessi sanno ciò che è loro utile e riconoscono le cose che sono in loro potere e quelle che non lo sono; e facendo quello che sanno, si procurano ciò di cui hanno bisogno e ottengono il successo, mentre astenendosi da quelle che non sanno , non sbagliano ed evitano l'insuccesso. Per questo possono anche cercare di conoscere di conoscere le intenzioni degli altri e così si procurano i beni ed evitano i mali servendosi degli altri. Invece, quelli che non sanno, ma s'ingannano sulle proprie possibilità, si trovano in una situazione simile anche rispetto agli altri uomini e alle altre cose umane, non sanno ciò di cui hanno bisogno, né che cosa fanno, né di chi si servono, ma si sbagliano in tutto questo e perciò non ottengono i beni e precipitano nei
mali. Quelli che sanno ciò che fanno, raggiungono i loro scopi e diventano famosi e onorati.
 (...) Quelli che non sanno ciò che fanno, invece, scegliendo il male e fallendo nelle loro imprese, non soltanto sono castigati e puniti in se stessi, ma perdono anche ogni stima, diventando ridicoli e vivono oscuramente. Anche per le città vedi quelle che, ignorando  le proprie possibilità, entrano in guerra con altre più forti: o sono distrutte o da libere diventano schiave.  

                                                                                                                                       da Senefonte, Memorabili, IV, 2, 24-29


 
                                             IL PIÙ SAPIENTE DEGLI UOMINI

Nell'Apologia di Socrate il filosofo descrive la propria attività, spiegando l'avversione e l'odio che essa ha potuto suscitare. L'opera, scritta da Platone, ha lo scopo di difendere il maestro dopo la sua morte, ribadendo la validità di ciò che Socrate aveva fatto e insegnato. Essa contiene l'arringa difensiva che Socrate avrebbe pronunciato dinanzi al tribunale per rispondere alle accuse che erano state formulate contro di lui. Nel discorso di Socrate compaiono, fra l'altro:
  • alcuni fra i presunti "sapienti" a cui Socrate si rivolge per mettere alla prova la loro sapienza;
  • la tesi fondamentale di Socrate, secondo la quale il vero sapere è un "sapere di non sapere" ;
  • il senso politico della critica di Socrate a coloro che governano la città.


Ripartiamo dunque dall'inizio e vediamo qual è l'accusa da cui è
 scaturita contro di me la famosa calunnia a cui s'appigliò anche Melèto
per intentarmi questo processo. Che cosa dicevano i miei calunniatori?
Facciamo come se si trattasse dell'accusa giurata di accusatori veri e 
proprio, di cui bisogna leggere il testo : " Socrate è colpevole, e si dà da 
fare in cose che non gli spettano: investigando quel che c'è sotto terra
e in cielo; tentando di far apparire migliore la ragione peggiore, e insegnando
questo anche ad altri".
Questa, su per giù, è l'accusa. Qualche cosa di simile avete visto anche voi
nella commedia di Aristofane: un Socrate che si fa portare qua e là sospeso
 nell'aria, e va dicendo che passeggia sulle nuvole, e straparla di un'infinità di 
altre sciocchezze; tutte cose delle quali io non m'intendo né molto né poco. È non 
dico ciò per disprezzo di quella particolare scienza, se è vero che di tale scienza
ci sono scienziati. Non ci mancherebbe altro che mi tirassi addosso da Melèto 
un' accusa così grave! Dico solo che realmente, o cittadini ateniesi, di queste cose 
io non mi occupo affatto e di ciò chiamo a testimoni, di nuovo, la maggior parte di 
voi; e vi prego di informarvene a vicenda e di dichiararlo apertamente, quanti di 
voi mi hanno udito parlare: e sono molti... Avanti, dunque, dichiaratelo gli uni e 
gli altri, se c'è alcuno tra voi che m'abbia udito mai ragionare o poco o molto di 
cose simili: di qui capirete che anche tutto il resto che dicono sul conto mio è dello
stesso valore.
Insomma in tutto questo non c'è niente di vero; e se anche avete sentito dire da 
qualcuno che io mi do da fare a istruire uomini e che prendo denari, neanche 
questo è vero. Sebbene, in fondo, se uno è capace di istruire uomini, come
 fanno Gorgia di Lentini e Prodico di Ceo e Ippia di Elide, mi sembra che ciò sia 
tutt'altro che riprovevole. Queste brave persone girano di città in città, e istruiscono
i giovani, ai quali sarebbe pur facile farsi istruire senza spender denari da chiunque
vogliano dei loro concittadini; e li persuadono ad abbandonare la compagnia di 
quelli e a vivere con loro, e ne guadagnano denari, e ne ricevono anche gratitudine
per giunta (...) Anch'io me ne farei bello e me ne vanterei se sapessi fare di queste cose; ma purtroppo non so, o cittadini di Atene (...). Della mia sapienza, se davvero 
è sapienza e di che natura, io chiamerò a testimone davanti a voi il dio di Delfi.
Avete conosciuto di certo Cherefonte. Egli fu, fin da giovane, mio compagno e 
amico del vostro partito popolare; con voi se ne andò nell'ultimo esilio, e con voi 
ritornò. E sapete che uomo fosse Cherefonte e come fosse deciso, qualsiasi cosa 
intraprendesse. Ora ecco che un giorno costui andò a Delfi e osò fare all'oracolo
questa domanda - ancora una volta vi prego, o cittadini, non rumoreggiate - 
domandò se c'era nessuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che più sapiente di 
me non c'era nessuno. Tutto questo vi potrà essere testimoniato da suo fratello che
è qui, perché Cherefonte è morto.
Vedete ora per quale motivo vi racconto questo: voglio farvi capire da dove sia
nata la calunnia contro di me. Udita la risposta dell'oracolo, riflettei in questo 
modo: "che cosa mai vuole dire il dio? che cosa nasconde sotto l'enigma?
 Perché io, per me, non  ho proprio coscienza di essere sapiente, né poco né molto.
Che cosa dunque vuol dire il dio quando dice ch'io sono il più sapiente degli uomini? 
Certo non mente egli; ché non può mentire". E per lungo tempo rimasi incerto 
su cosa mai il dio volesse dire. Finalmente, sebbene assai contro voglia, mi misi
a farne ricerca, in questo modo. Andai da uno di quelli che hanno fama di essere 
sapienti, penando che solamente così avrei potuto smentire l'oracolo dicendogli: 
" Ecco, questo qui è più sapiente di me, e tu dicevi che ero io". Mentre dunque
 io stavo esaminando costui - il nome non c'è bisogno ch'io lo dica, era comunque 
uno dei nostri politici con il quale, osservandolo attentamente e 
ragionandoci insieme, ebbi modo di sperimentare ciò che sto per dirvi -
 ebbene, questo questo brav'uomo mi parve, si, che avesse l'aria, agli occhi di 
molti altri e paricolarmente di se stesso, di essere sapiente, ma che, in realtà, non
 lo fosse; e allora provai a farglielo capire, che credeva di essere sapiente, ma non
 lo era. E così, da quel momento, divenni odioso non solo a lui, ma anche a molti
 di coloro che erano presenti. E andandomene via, dovetti riconoscere che io
 ero veramente più sapiente di quell'uomo, nel senso che poteva anche darsi 
che nessuno di noi due sapesse niente né di buono né di bello, ma costui credeva 
di sapere; e mi parve, insomma, che almeno per una piccola cosa io fossi più 
sapiente di lui, perché io, quel che non so, neanche credo di saperlo. Allora me 
ne andai da un altro, fra coloro che avevano fama di essere più sapienti di quello 
e mi accadde precisamente lo stesso; e anche qui mi tirai addosso l'odio di costui 
e di molti altri. Ciò nonostante io seguitai, ordinatamente, nella mia ricerca; 
pur accorgendomi, con dolore e anche con spavento,  che venivo in odio a 
tutti. D'altra parte, mi pareva necessario tenere  in grande conto la parola del 
dio: " Se vuoi sapere che cosa vuol dire l'oracolo, dicevo tra me, sogna che tu vada
 da tutti coloro che hanno fama di essere sapienti". Ebbene, o cittadini ateniesi, 
a voi devo dire la verità, questo fu, ve lo giro, il risultato della mia indagine: 
proprio coloro che avevano fama di maggior sapienza, mentre continuavo la 
mia ricerca secondo la parola del dio, mi apparvero, quasi tutti, in maggior difetto; 
e altri, che passavano per gente di minor valore, migliori e più saggi di quelli. 
Ma voglio finire di raccontarvi le mie peregrinazioni e le fatiche che sostenni 
per persuadermi che la parola dell'oracolo era davvero indiscutibile. Dopo 
gli uomini politici andai dai poeti, sia da quelli che scrivono tragedie e ditirambi 
sia degli altri; convinto che davanti a costoro avrei potuto cogliere sul fatto la 
mia ignoranza e la loro superiorità. Prendevo in mano le loro poesie, quelle che 
mi parevano le più riuscite e ai poeti stessi domandavo che cosa volessero 
dire, perché così avrei imparato anch'io da loro qualche cosa. O cittadini, io 
ho vergogna a dirvi la verità, ma bisogna pure che ve la dica. Insomma, 
tutte quante, si può dire, le altre persone che erano presenti, ragionavano meglio
esse che non i poeti su quegli argomenti di cui i poeti stessi avevano cantato. 
E così anche sui poeti in breve venni a sapere questo, che poetavano non per
sapienza, ma per non so quale naturale disposizione e ispirazione, come gli 
indovini e i vaticinatori; i quali, infatti, dicono molte belle cose, ma non sanno 
niente di ciò che dicono. Pressappoco lo stesso, lo vidi con molta chiarezza, è 
quello che accade anche ai poeti. E insieme capii anche questo, che i poeti, per il 
solo fatto di fare poesia, credevano di essere i più sapienti degli uomini anche nelle
altre cose in cui non lo erano affatto.
(...) Alla fine mi rivolsi agli artigiani, tanto più che ero ben consapevole di non
intendermi affatto della loro arte e sapevo che avrei trovato quelli esperti in molte
e belle cose. E non mi ingannai: essi sapevano, infatti, cose che io non conoscevo e in
questo erano più sapienti di me. Tuttavia, o cittadini di Atene, notai anche che 
anche i bravi artefici avevano lo stesso difetto dei poeti: solo per il fatto che sapevano
esercitare bene la loro arte, ciascuno di essi pretendeva di essere competente anche
in altre questioni molto più importanti e difficili; e questo difetto di misura offuscava la loro stessa sapienza. Quindi io, in nome dell'oracolo, domandai a me stesso se avrei
accettato di restare come ero, né sapiente della loro sapienza, né ignorante della
loro ignoranza, o di essere l'una cosa e l'altra, come essi erano; e risposi a me stesso e all'oracolo che mi conveniva restare come ero. 
Ora appunto, o cittadini ateniesi, da questa ricerca scaturirono contro di me 
numerose inimicizie, molto aspre e gravi; a da taluni inimicizie molte calunnie, e fra
le calunnie il nome di sapiente: infatti, ogni volta che discutevo, le persone presenti credevano che io fossi sapiente di quelle cose di cui mi accadeva di scoprire l'ignoranza altrui. Ma, o cittadini, la verità è un' altra: sapiente è unicamente il dio;
e ciò egli ha voluto far conoscere nel suo oracolo, che poco o nulla vale la sapienza
dell'uomo; e chiamando Socrate sapiente, non ha voluto, credo, riferirsi proprio 
a me Socrate, ma solo usare il mio nome come un esempio, quasi avesse voluto dire così: " O uomini, veramente sapiente tra voi è colui che, come Socrate, abbia riconosciuto che in realtà la sua sapienza non ha nessun valore". 
                                                       
                                                                                              da Platone, Apologia di Socrate, III-IX, 19a-23b


martedì 6 novembre 2012

                                                   IL METODO SOCRATICO

Anche Socrate, come i Sofisti, è esperto di discorsi. A differenza dei Sofisti, non considera il discorso come un semplice strumento di persuasione, me con esso cerca la verità nel e mediante il dialogo. Il compito che egli si assume è insieme filosofico ( di fondazione dei valori ), pedagogico (di educazione a valori criticamente giustificati) e politico ( nel senso di un impegno non diretto a "far politica", ma ad orientarla). Per assolverlo, nell'ambito del dialogo, egli deve in primo luogo liberare l'interlocutore dalla presunzione di sapere. A tale scopo Socrate si avvale dell'ironia, una forma di dissimulazione con la quale il filosofo pone domande al proprio interlocutore fingendosi ignorante, per poi confutare le dogmatiche "certezze" di quello. Da qui il richiamo all'appello scritto sul frontone del tempio di Delfi : " Conosci te stesso". Al momento negativo dell'ironia segue quello positivo della maieutica, cioè dell'arte di far partorire, non i corpi, ma le anime. L'insegnamento socratico non trasmette il sapere, ma comunica lo stimolo par la ricerca, aiutando ciascuno a generare, cioè a far nascere da sé, la verità. Fa partorire, ma non partorisce egli stesso una verità. Il suo è un metodo di ricerca in comune della verità.


Nella ricerca morale, Socrate intende determinare l'ousìa (l'essenza) della virtù, cioè il criterio di valore in base al quale operare, in modo da valutare se un'azione è virtuosa o meno. Secondo Aristotele, Socrate in questo modo ha realizzato un procedimento capace di fornire la definizione razionale dei valori, di determinarne il concetto. Ma a Socrate non interessa tanto la dimensione logica del "concetto" quanto la sua dimensione morale. Per Socrate la virtù è sapere. Ed è una sola : sapere ciò che è bene e ciò che è male. Quello di Socrate è una forma di intellettualismo etico e di eudemonismo : il sapere è una forza direttiva dell'azione umana e solo chi fa del bene consegue la felicità (eudaimonìa). La fonte primaria della conoscenza è l'anima. Essa è la sede della scienza e del pensiero, l'asse su cui si muove l'intera vita interiore dell'individuo. Socrate non mette in discussione il valore delle leggi pella pòlis, per questo non fugge, dopo la condanna a morte, pur potendolo fare. Egli infatti ritiene che sia meglio subire il male anziché farlo. Quindi è meglio pagare la pena della condanna che commettere un atto ingiusto, come il violare la legge.
            L'"INVENTORE" DELLA FILOSOFIA : UN FILOSOFO, UNA SVOLTA

Sulla tradizione culturale dell'Occidente Socrate ha lasciato un'impronta indelebile, che ha segnato lo svolgimento successivo della filosofia. Socrate, anzi, è riconosciuto come il filosofo per eccellenza, se non l' "inventore" della filosofia. Con Socrate compaiono l'idea e il concetto di filosofia, intesa come " un certo discorso legato a un modo di vivere, e come un modo di vivere legato a un certo discorso" (P. Hadot). Socrate è un uomo che ha fatto della filosofia la sostanza vissuta della sua esistenza; per lui non vi può essere separazione tra pensare ed essere. Da questo punto di vista la sua filosofia rappresenta un "capovolgimento della vita umana", un rovesciamento del senso comune e del modo comune di vivere e di operare. Con Socrate, l'attività filosofica si configura come ricerca aperta e critica, capace di mettere in discussione ogni idea e ogni apparente certezza; la filosofia è dialogo, ricerca in comune, ascolto reciproco e confronto, critica di chi ritiene di possedere la Verità e considera gli altri come passivi recettori di questa.
                            SOCRATE E I "SOCRATICI"

Socrate nasce ad Atene nel 469 a.C. da uno scultore, Sofronisco, e da Fenarete, a cui attribuirà impropriamente la professione di ostetrica. Segue forse l'arte paterna fino al momento in cui può godere di una piccola eredità, che gli permette di mantenere la famiglia ( la moglie Santippe e tre figli) e di dedicarsi completamente alla filosofia. Conosce alcuni fra i maggiori filosofi del tempo : Zenone, Cratilo, Anassagora, i Sofisti Protagora e Gorgia. Socrate svolge la sua attività soprattutto nelle vie e nei centri della vita pubblica della città, fra i banchi del mercato nelle palestre, nelle case dei potenti o nelle botteghe artigiane, impegnato in un'incessante ricerca, in un continuo dialogo  con i giovani e con uomini di ogni ceto e condizione. Questa sua ricerca viene a svolgersi in un periodo drammatico della storia di Atene , nel quale si è aperto un aspro dibattito sulle ragioni del disastro politico-militare della città nella guerra del Peloponneso. All'interno delle nuove classi dirigenti e d un'opinione pubblica scossa e demoralizzata, le cause della sconfitta vengono individuate principalmente nelle degenerazioni della democrazia; e queste sono attribuite a quelle forze e posizioni politiche e culturali che, nel nome dell'innovazione e della revisione critica della cultura, hanno contribuito a incrinare le certezze e il tradizionale costume etico-religioso della pòlis. Il processo delle responsabilità del passato investe quindi gli esponenti di punta di quel ceto intellettuale che aveva segnato il clima culturale dell'età di Pericle. È questo anche il caso del processo e della condanna che , nel 399 a.C., colpiscono Socrate, cioè il simbolo di una stagione culturale e di una ventata innovatrice nella vita della città. Soprattutto, egli appare il portatore di valori inconciliabili con la cultura del tempo. Per questo va messo in condizione di non nuocere: screditandolo, qualora riconosca i suoi torti; oppure mettendolo a morte, nel caso rifiuti di mutare le sue posizioni. Socrate in tribunale si preoccupa soprattutto di ribadire con forza le proprie convinzioni e l'esigenza che il filosofare si dispieghi come indagine critica, libera da condizionamenti e impacci eruditi. Viene, così, condannato a bere la cicuta.

Socrate non ha lasciato alcuno scritto. Il filosofo ci parla solo attraverso le testimonianze altrui, che, però nono sono affatto univoche. Pertanto, della figura di Socrate pensatore non possiamo sapere quasi nulla e dobbiamo accettare di misurarci con le interpretazioni: con la figura "mitica" di Socrate  quale ci è stata tramandata dai discepoli , oppure con l'immagine tratteggiata da suoi avversari come Aristofane.
Il commediografo Aristofane è stato a lungo considerato un interprete non attendibile. Spinto da un forte intento polemico e critico nei confronti di colui, ai suoi occhi, appariva uno dei maggiori responsabili della degenerazione della vita sociale, morale e culturale di Atene, nelle Nuvole ha presentato la figura di Socrate in forma caricaturale, come una sorta di sofista empio e imbroglione. Tuttavia, Aristofane può essere giudicato attendibile quando esprime i motivi di risentimento che Socrate aveva suscitato tra i cittadini di Atene. È credibile allora che, da una parte dell'opinione pubblica, Socrate fosse ritenuto uno dei responsabili del venir meno della coesione della pòlis in una fase molto difficile della sua storia, cioè al culmine della guerra con Sparta e i suoi alleati. Anche l'idea che Socrate fosse uno dei Sofisti poteva essere giustificata, dato il suo continuo, assillante impegno ad interrogare i concittadini, a mettere in dubbio le loro opinioni e convinzioni. Inoltre, con questo voler sollevare interrogativi su tutto, egli sembrava volesse mettere in discussione anche gli dèi per cui poteva essere accusato di allontanare dalla pòlis la loro protezione.
Meno affidabile pare la testimonianza di Senofonte, poiché i suoi rapporti con Socrate si sono limitati al periodo giovanile. Senofonte, inoltre, uomo d'ordine e soldato, non appare il più adatto a comprendere un personaggio così anomalo come il filosofo ateniese, tanto che nel delinearne la figura esprime a volte apertamente il suo sconcerto e la sua difficoltà.
Testimonianze veritiere vengono dai cosiddetti "Socratici minori" (alcuni discepoli di Socrate così chiamati per distinguerli da Platone, il più importante e famoso). Queste tendono a fornire una visione parziale delle idee del maestro.
La fonte a cui si è attinto maggiormente per la conoscenza del pensiero di Socrate è costituita dalle opere di Platone, suo discepolo e amico, che di lui fa il personaggio principale dei propri dialoghi.
Restano, infine, le informazioni di Aristotele - discepolo di Platone - nato quindici anni dopo la morte di Socrate e di lui ha conosciuto solo ciò che ha potuto ricavare da altre fonti. È importante il suo impegno nel distinguere il Socrate ritenuto "vero" dal Socrate idealizzato da Platone.
Per distinguere il Socrate della leggenda dal Socrate storico, si è scelto spesso di partire dai dialoghi platonici del periodo giovanile, ritenuti la fonte più attendibile perché più vicina al ricordo del maestro.

mercoledì 31 ottobre 2012

                                                 IL POTERE DELLA PAROLA

Per Gorgia la parola ha il potere grandissimo di rovesciare anche le tesi più radicate e influire sui sentimenti e sul comportamento. Anche per Gorgia, come per Protagora, alla base della conoscenza c'è l'esperienza sensibile. Egli afferma che il piano dell'essere è intangibile:
  1. nulla è;
  2. se anche l'essere fosse, non sarebbe conoscibile;
  3. se pure fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile.
E suo l' "Encomio di Elena", uno dei testi classici della prima Sofistica, che assomma in sé ed esemplifica il potere della parola, l'attacco alla cultura tradizionale e il gusto quasi irridente di capovolgere i luoghi comuni e le certezze. Nell'opera Gorgia vuole liberare questa mitica figura di donna dall'accusa di essere responsabile della guerra di Troia, giustificandone il comportamento e dimostrando, invece, che mentitori sono i suoi accusatori. Quattro possibili ragioni - secondo Gorgia - possono giustificare il comportamento di Elena e farla ritenere non responsabile dei suoi atti :
  • la volontà del Caso e la decisione degli dèi;
  • il rapimento;
  • la persuasione con "incantesimi di parole";
  • l'amore, la sua "potenza divina".
È invece dovere dell'uomo sia dire direttamente ciò che è giusto, sia
confutare il contrario. E dunque è giusto opporsi ai calunniatori di
Elena, donna sulla quale si è imposta l'unanime testimonianza dei poeti,
accanto alla fama del nome, divenuto simbolo di un'esistenza tormentata.
Pertanto io voglio, svolgendo il discorso secondo un certo metodo logico, 
liberare dall'accusa lei, così diffamata, e, dimostrando
che i suoi accusatori dicono il falso, ristabilire la verità. (...)
Infatti, agì in quel modo o per cieca volontà del Caso, e meditata 
decisione degli Dèi, e disposizione della Necessità; oppure rapita per
forza; o indotta con parole; o presa da amore.
Se è valido il primo motivo, è giusto attribuire la responsabilità a chi
l'ha avuta, poiché non si possono impedire i disegni divini con la previdenza
umana. È, infatti, naturale non che il più forte sia ostacolato dal più debole,
ma che il più debole sia comandato e condotto dal più forte; e il più forte 
guidi, il più debole segua.  E la Divinità supera l'uomo in forza, in saggezza e
nel resto. Se dunque la colpa va attribuita al Caso e alla Divinità, Elena va 
liberata dall'infamia.
E se fu rapita a forza, violentata e offesa contro ogni legge e giustizia, 
è chiaro che la colpa è dell'autore della violenza e che la rapita, proprio 
perché vittima, subì una sventura (...).
Se poi fu la parola a persuaderla e a illuderle l'animo, neppur questo
è difficile a scusarsi e a giustificarsi: la parola è un gran dominatore,
che, con corpo piccolissimo e invisibile, sa compiere cose straordinarie;
riesce infatti a calmar la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia
e ad aumentar la pietà. E ora spiegherò come ciò avviene. È giusto, infatti, 
sottoporre la questione al giudizio degli ascoltatori: io ritengo la poesia
nelle sue varie forme un discorso con una tale musicalità, che chi l'ascolta è
invaso da un brivido di spavento, da una compassione che strappa le lacrime ,
da uno struggente desiderio di dolore,  e l'anima subisce, per effetto delle parole, 
una particolare emozione, ad ascoltare il racconto di situazioni felici o avverse,
relative ad eventi o a persone estranee. Ma via, torniamo al discorso 
precedente. Dunque, gli ispirati incantesimi di parole offrono gioia, liberano 
dalla pena. La potenza dell'incanto, infatti, aggiungendosi alla disposizine
dell'anima, la lusinga e  la trascina col suo fascino (...).
Ora spiegherò la quarta causa col quarto ragionamento. Se fu l'amore
l'elemento determinante, non sarà difficile a lei sfuggire all'accusa
dell'errore attribuitole (...). Se, dunque, lo sguardo di Elena, attratto
dall'aspetto di Alessandro, ispirò all'anima passione d'amore, quale meraviglia?
Se, infatti, l'Amore, in quanto dio, ha la divina potenza degli dei,  come potrebbe 
un essere inferiore respingerlo o resistergli? (...)
Come, dunque, si può ritenere giusto il disonore gettato su Elena, la quale,
sia che abbia agito come ha agito perché innamorata, sia perché lusingata 
da parole, sia perché rapita con violenza, sia perché costretta da imposizione divina,
in ogni caso è esente da colpa?
                                                                                                      da Gorgia, Encomio di Elena, 2-21 (DK 82 B11)