Nell'Apologia di Socrate il filosofo descrive la propria attività, spiegando l'avversione e l'odio che essa ha potuto suscitare. L'opera, scritta da Platone, ha lo scopo di difendere il maestro dopo la sua morte, ribadendo la validità di ciò che Socrate aveva fatto e insegnato. Essa contiene l'arringa difensiva che Socrate avrebbe pronunciato dinanzi al tribunale per rispondere alle accuse che erano state formulate contro di lui. Nel discorso di Socrate compaiono, fra l'altro:
- alcuni fra i presunti "sapienti" a cui Socrate si rivolge per mettere alla prova la loro sapienza;
- la tesi fondamentale di Socrate, secondo la quale il vero sapere è un "sapere di non sapere" ;
- il senso politico della critica di Socrate a coloro che governano la città.
Ripartiamo dunque dall'inizio e vediamo qual è l'accusa da cui è
scaturita contro di me la famosa calunnia a cui s'appigliò anche Melèto
per intentarmi questo processo. Che cosa dicevano i miei calunniatori?
Facciamo come se si trattasse dell'accusa giurata di accusatori veri e
proprio, di cui bisogna leggere il testo : " Socrate è colpevole, e si dà da
fare in cose che non gli spettano: investigando quel che c'è sotto terra
e in cielo; tentando di far apparire migliore la ragione peggiore, e insegnando
questo anche ad altri".
Questa, su per giù, è l'accusa. Qualche cosa di simile avete visto anche voi
nella commedia di Aristofane: un Socrate che si fa portare qua e là sospeso
nell'aria, e va dicendo che passeggia sulle nuvole, e straparla di un'infinità di
altre sciocchezze; tutte cose delle quali io non m'intendo né molto né poco. È non
dico ciò per disprezzo di quella particolare scienza, se è vero che di tale scienza
ci sono scienziati. Non ci mancherebbe altro che mi tirassi addosso da Melèto
un' accusa così grave! Dico solo che realmente, o cittadini ateniesi, di queste cose
io non mi occupo affatto e di ciò chiamo a testimoni, di nuovo, la maggior parte di
voi; e vi prego di informarvene a vicenda e di dichiararlo apertamente, quanti di
voi mi hanno udito parlare: e sono molti... Avanti, dunque, dichiaratelo gli uni e
gli altri, se c'è alcuno tra voi che m'abbia udito mai ragionare o poco o molto di
cose simili: di qui capirete che anche tutto il resto che dicono sul conto mio è dello
stesso valore.
Insomma in tutto questo non c'è niente di vero; e se anche avete sentito dire da
qualcuno che io mi do da fare a istruire uomini e che prendo denari, neanche
questo è vero. Sebbene, in fondo, se uno è capace di istruire uomini, come
fanno Gorgia di Lentini e Prodico di Ceo e Ippia di Elide, mi sembra che ciò sia
tutt'altro che riprovevole. Queste brave persone girano di città in città, e istruiscono
i giovani, ai quali sarebbe pur facile farsi istruire senza spender denari da chiunque
vogliano dei loro concittadini; e li persuadono ad abbandonare la compagnia di
quelli e a vivere con loro, e ne guadagnano denari, e ne ricevono anche gratitudine
per giunta (...) Anch'io me ne farei bello e me ne vanterei se sapessi fare di queste cose; ma purtroppo non so, o cittadini di Atene (...). Della mia sapienza, se davvero
è sapienza e di che natura, io chiamerò a testimone davanti a voi il dio di Delfi.
Avete conosciuto di certo Cherefonte. Egli fu, fin da giovane, mio compagno e
amico del vostro partito popolare; con voi se ne andò nell'ultimo esilio, e con voi
ritornò. E sapete che uomo fosse Cherefonte e come fosse deciso, qualsiasi cosa
intraprendesse. Ora ecco che un giorno costui andò a Delfi e osò fare all'oracolo
questa domanda - ancora una volta vi prego, o cittadini, non rumoreggiate -
domandò se c'era nessuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che più sapiente di
me non c'era nessuno. Tutto questo vi potrà essere testimoniato da suo fratello che
è qui, perché Cherefonte è morto.
Vedete ora per quale motivo vi racconto questo: voglio farvi capire da dove sia
nata la calunnia contro di me. Udita la risposta dell'oracolo, riflettei in questo
modo: "che cosa mai vuole dire il dio? che cosa nasconde sotto l'enigma?
Perché io, per me, non ho proprio coscienza di essere sapiente, né poco né molto.
Che cosa dunque vuol dire il dio quando dice ch'io sono il più sapiente degli uomini?
Certo non mente egli; ché non può mentire". E per lungo tempo rimasi incerto
su cosa mai il dio volesse dire. Finalmente, sebbene assai contro voglia, mi misi
a farne ricerca, in questo modo. Andai da uno di quelli che hanno fama di essere
sapienti, penando che solamente così avrei potuto smentire l'oracolo dicendogli:
" Ecco, questo qui è più sapiente di me, e tu dicevi che ero io". Mentre dunque
io stavo esaminando costui - il nome non c'è bisogno ch'io lo dica, era comunque
uno dei nostri politici con il quale, osservandolo attentamente e
ragionandoci insieme, ebbi modo di sperimentare ciò che sto per dirvi -
ebbene, questo questo brav'uomo mi parve, si, che avesse l'aria, agli occhi di
molti altri e paricolarmente di se stesso, di essere sapiente, ma che, in realtà, non
lo fosse; e allora provai a farglielo capire, che credeva di essere sapiente, ma non
lo era. E così, da quel momento, divenni odioso non solo a lui, ma anche a molti
di coloro che erano presenti. E andandomene via, dovetti riconoscere che io
ero veramente più sapiente di quell'uomo, nel senso che poteva anche darsi
che nessuno di noi due sapesse niente né di buono né di bello, ma costui credeva
di sapere; e mi parve, insomma, che almeno per una piccola cosa io fossi più
sapiente di lui, perché io, quel che non so, neanche credo di saperlo. Allora me
ne andai da un altro, fra coloro che avevano fama di essere più sapienti di quello
e mi accadde precisamente lo stesso; e anche qui mi tirai addosso l'odio di costui
e di molti altri. Ciò nonostante io seguitai, ordinatamente, nella mia ricerca;
pur accorgendomi, con dolore e anche con spavento, che venivo in odio a
tutti. D'altra parte, mi pareva necessario tenere in grande conto la parola del
dio: " Se vuoi sapere che cosa vuol dire l'oracolo, dicevo tra me, sogna che tu vada
da tutti coloro che hanno fama di essere sapienti". Ebbene, o cittadini ateniesi,
a voi devo dire la verità, questo fu, ve lo giro, il risultato della mia indagine:
proprio coloro che avevano fama di maggior sapienza, mentre continuavo la
mia ricerca secondo la parola del dio, mi apparvero, quasi tutti, in maggior difetto;
e altri, che passavano per gente di minor valore, migliori e più saggi di quelli.
Ma voglio finire di raccontarvi le mie peregrinazioni e le fatiche che sostenni
per persuadermi che la parola dell'oracolo era davvero indiscutibile. Dopo
gli uomini politici andai dai poeti, sia da quelli che scrivono tragedie e ditirambi
sia degli altri; convinto che davanti a costoro avrei potuto cogliere sul fatto la
mia ignoranza e la loro superiorità. Prendevo in mano le loro poesie, quelle che
mi parevano le più riuscite e ai poeti stessi domandavo che cosa volessero
dire, perché così avrei imparato anch'io da loro qualche cosa. O cittadini, io
ho vergogna a dirvi la verità, ma bisogna pure che ve la dica. Insomma,
tutte quante, si può dire, le altre persone che erano presenti, ragionavano meglio
esse che non i poeti su quegli argomenti di cui i poeti stessi avevano cantato.
E così anche sui poeti in breve venni a sapere questo, che poetavano non per
sapienza, ma per non so quale naturale disposizione e ispirazione, come gli
indovini e i vaticinatori; i quali, infatti, dicono molte belle cose, ma non sanno
niente di ciò che dicono. Pressappoco lo stesso, lo vidi con molta chiarezza, è
quello che accade anche ai poeti. E insieme capii anche questo, che i poeti, per il
solo fatto di fare poesia, credevano di essere i più sapienti degli uomini anche nelle
altre cose in cui non lo erano affatto.
(...) Alla fine mi rivolsi agli artigiani, tanto più che ero ben consapevole di non
intendermi affatto della loro arte e sapevo che avrei trovato quelli esperti in molte
e belle cose. E non mi ingannai: essi sapevano, infatti, cose che io non conoscevo e in
questo erano più sapienti di me. Tuttavia, o cittadini di Atene, notai anche che
anche i bravi artefici avevano lo stesso difetto dei poeti: solo per il fatto che sapevano
esercitare bene la loro arte, ciascuno di essi pretendeva di essere competente anche
in altre questioni molto più importanti e difficili; e questo difetto di misura offuscava la loro stessa sapienza. Quindi io, in nome dell'oracolo, domandai a me stesso se avrei
accettato di restare come ero, né sapiente della loro sapienza, né ignorante della
loro ignoranza, o di essere l'una cosa e l'altra, come essi erano; e risposi a me stesso e all'oracolo che mi conveniva restare come ero.
Ora appunto, o cittadini ateniesi, da questa ricerca scaturirono contro di me
numerose inimicizie, molto aspre e gravi; a da taluni inimicizie molte calunnie, e fra
le calunnie il nome di sapiente: infatti, ogni volta che discutevo, le persone presenti credevano che io fossi sapiente di quelle cose di cui mi accadeva di scoprire l'ignoranza altrui. Ma, o cittadini, la verità è un' altra: sapiente è unicamente il dio;
e ciò egli ha voluto far conoscere nel suo oracolo, che poco o nulla vale la sapienza
dell'uomo; e chiamando Socrate sapiente, non ha voluto, credo, riferirsi proprio
a me Socrate, ma solo usare il mio nome come un esempio, quasi avesse voluto dire così: " O uomini, veramente sapiente tra voi è colui che, come Socrate, abbia riconosciuto che in realtà la sua sapienza non ha nessun valore".
da Platone, Apologia di Socrate, III-IX, 19a-23b
Ora appunto, o cittadini ateniesi, da questa ricerca scaturirono contro di me
numerose inimicizie, molto aspre e gravi; a da taluni inimicizie molte calunnie, e fra
le calunnie il nome di sapiente: infatti, ogni volta che discutevo, le persone presenti credevano che io fossi sapiente di quelle cose di cui mi accadeva di scoprire l'ignoranza altrui. Ma, o cittadini, la verità è un' altra: sapiente è unicamente il dio;
e ciò egli ha voluto far conoscere nel suo oracolo, che poco o nulla vale la sapienza
dell'uomo; e chiamando Socrate sapiente, non ha voluto, credo, riferirsi proprio
a me Socrate, ma solo usare il mio nome come un esempio, quasi avesse voluto dire così: " O uomini, veramente sapiente tra voi è colui che, come Socrate, abbia riconosciuto che in realtà la sua sapienza non ha nessun valore".
da Platone, Apologia di Socrate, III-IX, 19a-23b
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